Black Hat SEO: le arti oscure


Black Hat SEO: le arti oscure (e proibite) della SEO

Uno sguardo nel mondo proibito della black hat SEO, ovvero tutte quelle pratiche di ottimizzazione da evitare

C’è chi la SEO la vuole vivere pericolosamente. Il rischio, margini di successo più bassi ma più promettenti: il tutto, nell’interesse di una ottimizzazione spericolata per i motori di ricerca. Questa pratica di magia oscura prende il nome di “Black Hat SEO” e riguarda tutte quelle attività veloci e apparentemente “efficacissime” che portano un sito da zero a mille in pochissimo tempo.

Elisir miracolosi che sembrano la soluzione ad ogni problema di ottimizzazione. Le scorciatoie, sì, ma quelle illegali. Black Hat SEO è un termine contenitore che include tutte quelle attività poco etiche che regalano risultati immediati nel ranking di Google o nella popolarità di una pagina.

In un periodo dove Instagram sta cancellando i follower e like comprati, l’importanza di una SEO e di una politica di comunicazione pulita e onesta risulta cruciale per l’avviamento di un sito.

Cosa significa black hat SEO?

Il termine deriva da una frase del critico cinematografico Robert Erbert il quale, nel 1953 sottolineò come i cattivi dei film western indossino sempre il cappello nero (black hat), mentre i pistoleri buoni sempre quello bianco. Il black hat SEO ha riscosso molto successo negli anni passati, quando gli algoritmi di controllo dei social e dei motori di ricerca non erano ancora abbastanza raffinati da individuare i giochetti e penalizzare le pagine che ne facevano uso.

Cosa succede quando ti scoprono?

Chi viene scoperto a fare uso di pratiche di black hat SEO viene rimosso dalla SERP dei motori di ricerca. No, non è un modo per dire che il sito finisce sul fondo della graduatoria: il sistema rimuove completamente il tuo sito da Google, il quale non comparirà più. Il caso più eclatante di black hat lo ha avuto la BMW Germania nel 2006, che Google ha colto sul fatto mentre usava delle doorway per migliorare il suo posizionamento. Per rimediare a questo fatto ci sono volute le scuse ufficiali dell’amministratore delegato a Google.

Quali sono le tecniche di black hat SEO (da evitare)

Abbiamo fatto un elenco di alcune delle pratiche di bad SEO che l’autore accorto dovrebbe sempre evitare di replicare sul proprio sito web.

  • Keyword stuffing: l’abbiamo già visto in un articolo a parte. Si tratta di quella pratica che consiste nell’uso smodato di un’unica parola in maniera reiterata, così da renderla più visibile allo spider di Google.
  • Cloaking: tecnica poco ortodossa che consiste nell’inviare a Google e all’utente due pagine completamente diverse. Il webmaster che sfrutta il cloaking invia a Google una versione del sito che non corrisponde a quella per l’utente.

Un’altra tecnica molto diffusa è quella di inserire nei testi parole chiave o link invisibili all’occhio dell’utente, ma che hanno rilevanza allo sguardo dello spider di Google.

Le pratiche di black hat SEO sono innumerevoli e in costante evoluzione. “Fatta la legge, trovato l’inganno” è una legge universale che, com’è naturale, si applica anche al mondo delle infinite regole dell’ottimizzazione, che a volte sembrano troppo complesse per poter essere affrontate con onestà.